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Fast Fashion e moda etica: riflettiamoci insieme

Fast Fashion e moda etica: riflettiamoci insieme

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giovedì, 20 giugno 2019
News

La moda è uno strumento per esprimere la nostra personalità, per comunicare al mondo esterno chi siamo.  Tutti noi passeggiando nelle strade della nostra città, vediamo negozi in cui siamo stati almeno una volta nella vita: Zara, H&M, Topshop, Primark e tanti altri. Usano una particolare strategia: quella della Fast Fashion. Colpiti dai prezzi convenienti siamo spesso tornati a casa con buste piene di vestiti, magari indossati solo una volta e poi buttati. Dietro questa convenienza esistono però storie di vita, di cui spesso non si conosce l’esistenza. Una di queste è quella di Kalpona Akter, attivista e fondatrice del Bangladesh Centre for Worker Solidarity, un’organizzazione nata per migliorare e tutelare i diritti dei lavoratori e garantire l’uguaglianza di genere.

Kalpona ha vissuto in prima persona quello che è il costo dell’acquisto, del consumo e della produzione dei prodotti di abbigliamento. “Sono andata a lavorare in una fabbrica a 12 anni. Le condizioni erano davvero pessime: in un mese lavoravo 400 ore guadagnando sei dollari – racconta Kalpona  – I responsabili del nostro reparto diventavano spesso violenti anche per piccoli errori e frequenti erano anche le molestie sessuali. A quei tempi non conoscevo ancora bene i miei diritti, nessuno me ne aveva mai parlato. Qualche anno dopo ho ricevuto tutte le informazioni e allora ho iniziato a lottare“. Il suo attivismo l’ha portata anche ad essere in prima fila a manifestare dopo il tragico crollo del Rana Plaza a Dacca, nel quale morirono 1.129 persone.

L’industria della moda fattura ogni anno 3 triliardi di dollari, è tra le attività che inquinano di più e spesso fa da palcoscenico a tragedie di questo genere.

Che cos’è la Fast Fashion e come è cambiato il nostro modo di fare acquisti
Fast Fashion è un termine usato per indicare un modo di progettare e produrre prodotti di abbigliamento in modo rapido ed economico, per consentire ai consumatori di acquistare a basso prezzo. Negli ultimi 20 anni c’è stata una deflazione del prezzo dei prodotti di abbigliamento. Il costo è talmente basso che cambia completamente l’approccio del consumatore rispetto a quel bene. Oggi compriamo più di 80 miliardi di capi ogni anno, è il 400% in più della quantità che compravamo solo 20 anni fa. La classe media sta scomparendo, diventa sempre più difficile comprare un’auto, una casa, ma è sempre più facile poter acquistare dei vestiti.

Il vero costo della delocalizzazione
Nel 2013 crolla il Rana Plaza in Bangladesh causando 1.129 vittime e circa 2.515 feriti. L’edificio conteneva numerose fabbriche di abbigliamento, una banca e dei negozi. Nel momento in cui sono state notate le crepe nell’edificio, tutte le attività hanno chiuso, tranne una: l’industria tessile. I proprietari hanno ordinato ai lavoratori di tornare in fabbrica il giorno successivo, quel 24 aprile in cui l’edificio crolla. I brand produttori cercano appositamente paesi con economie a basso costo, come il Bangladesh, dove il salario medio di un lavoratore è di 17$ al mese. I diritti dei lavoratori, come quello riunirsi in sindacati, sono in questi paesi pressoché inesistenti. Fondarne uno può voler dire essere licenziati, colpiti fisicamente, maltrattati. 

Un problema per l’ambiente
Il prezzo dei capi in vendita, così basso e accessibile, non si presenta senza conseguenze:  pagare così poco una maglietta fa in modo che la si consideri un prodotto usa e getta. È abitudine comune buttare dei capi di abbigliamento quando questi non sono più alla moda o non appena ci stancano. Ogni anno vengono buttati 73 milioni di tonnellate di vestiti che, essendo realizzati in poliestere e altri materiali plastici, saranno nelle discariche per più di 200 anni, rilasciando gas dannosi per la salute. Donare in beneficenza, purtroppo, non rappresenta una soluzione soddisfacente. Solo il 5% di quello che viene donato è rivenduto ai negozi dell’usato, il restante 95% viene portato nei paesi in via di sviluppo dove i capi di abbigliamento saranno venduti nuovamente a prezzi stracciati creando una vera e propria montagna di vestiti usati destinati a danneggiare fortemente l’industria tessile locale.
A inquinare è anche la produzione, perché causa danni alla salute delle persone che vivono in quei luoghi. Ad  esempio in India la maggior parte del cotone è prodotto nella regione di Punjab. Le sostanze chimiche usate per eliminare i parassiti hanno numerose conseguenze per la salute della popolazione locale: difetti congeniti, malformazioni, tumori. O come per la produzione di cuoio, che richiede l’uso di sostanze tossiche come il cromo-6. Queste inquinano l’acqua e portano numerose malattie, costringendo gli abitanti locali a investire i loro risparmi  nelle cure.
La condizione sociale dei contadini di cotone rappresenta un altro problema rilevante: a causa del prezzo elevato dei semi e dei pesticidi, spesso non riescono a sopperire alle spese e perdono tutto. Negli ultimi 16 anni sono stati registrati in India 250.000 suicidi commessi da contadini, circa un contadino ogni mezz’ora. Oltre al prezzo elevato, a causare tutto ciò sono anche i pesticidi stessi. Non è un caso che vengano chiamati “narcotici ecologici”. Più ne usi, più ne hai bisogno. All’inizio il raccolto ti da moltissimo, poi però il terreno è contaminato e si verifica un crollo. 

Brand sostenibili
Quali scelte possiamo compiere per cercare di modificare, almeno nel nostro piccolo, le abitudini di acquisto legate al mercato del fast fashion? Un’azione su tutte riguarda la scelta di brand sostenibili. Negli ultimi anni sono nate molte compagnie che sfruttano materiali sostenibili e che si impegnano nel garantire giusto salario a tutti i loro lavoratori; scegliere queste realtà permette non solo di sostenere persone che tentano di proporre una diversa visione delle cose, ma anche di favorire un percorso di sensibilizzazione.  Si tratta di un viaggio da fare insieme, un percorso conoscitivo verso nuove possibilità. Ma quali sono questi marchi? Di seguito una breve lista scelta da noi

  • Patagonia
    Patagonia nasce con Yvon Chouinard, uno scalatore professionista che iniziò vendendo materiale per l’arrampicata riutilizzabile e sostenibile per poi avvicinarsi al settore tessile. Si considera una compagnia attivista e s’impegna a donare l’1% dei suoi guadagni ad associazioni ambientaliste.
  • Reformation
    Anche Reformation si presenta come un brand sostenibile. Con le loro stesse parole: “Non è abbastanza produrre abiti in modo sostenibile, noi investiamo anche in programmi che rimpiazzano le risorse che abbiamo utilizzato, e qui entra in scena il compenso. Abbiamo collaborato con il “Brazilian Rosewood Amazon Conservation Project” e con il programma di Ripristino dell’Acqua della fondazione ambientalista “Bonneville” (BEF) per aiutare a restituire alcune delle risorse che abbiamo utilizzato.”
  • People Tree
    Nasce nel ’91 con l’intenzione di offrire supporto alle comunità di agricoltori, produttori e artigiani. “Servendoci di tecniche come la cucitura a mano, la maglieria a mano e il ricamo a mano, creiamo possibilità di lavoro in aree rurali dove le possibilità sono, di solito, scarse. Tutti i vestiti sono tinti usando solo tinture a basso impatto, senza prodotti chimici azoici, che frequentemente sono usati nella manifattura tessile. Ci serviamo di materiali naturali per quanto possibile, evitando sostanze plastiche e tossiche”.

Comprare di seconda mano
Permette di dare vita nuova a vestiti altrimenti dimenticati, senza necessità di continuare a creare nuovi prodotti. Riutilizzare qualcosa rende il consumatore più cosciente del suo acquisto, gli indumenti che sceglie hanno poi una storia, non sono solo testimoni di sfruttamento, ma possibilità per reinventare.

Comprare meno
Chissà cosa accadrebbe se facessimo quel che avrebbe più impatto in assoluto: comprare meno. Il 30% dei vestiti nel guardaroba di un inglese medio non è stato indossato da un anno o più, il che equivale a circa 1.7 miliardi di capi. Ci sarebbe da chiedersi perché si riscontra la necessità di comprare cose che sono destinate ad essere dimenticate nel giro di pochi mesi. Nei passati 15 anni, il numero medio di volte che un indumento è stato indossato prima di sciuparsi è sceso del 36%. Eppure ci si aspetta una crescita del consumo di vestiti del 63%; da 62 milioni di tonnellate oggi a 102 milioni di tonnellate nel 2030.

Apriamo gli armadi e chiediamoci: ne vale davvero la pena?

 

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